L’editoriale del Prof. D’Alimonte sul dossier “Dentro o fuori dal Palazzo?”

Di: FbLab FB&Associati di mercoledì 8 febbraio 2017 18:17

da Il Sole 24 Ore del 13 maggio 2016

La recente astensione dei deputati del M5s sulle unioni civili ha destato un certo stupore. Il M5s resta ancora un oggetto misterioso. A distanza di tre anni dal suo exploit alle elezioni politiche del 2013 i sondaggi lo danno come il secondo partito italiano con una percentuale delle intenzioni di voto che oscilla tra il 25 e il 30%. Amministra 15 comuni. Ha 126 parlamentari, 98 consiglieri regionali, e 17 europarlamentari. A Roma la sua candidata a sindaco potrebbe vincere le prossime elezioni. Eppure di questo fenomeno, per tanti aspetti unico in Europa, se ne sa relativamente poco.

Uno degli aspetti meno noti del Movimento è il comportamento dei suoi eletti in Parlamento. Anche in questo caso non mancano le notizie ma l’attenzione dei media si è concentrata soprattutto sulle vicende legate alle defezioni e alle scomuniche che hanno caratterizzato la vita dei gruppi parlamentari agli esordi. La cosa più interessante però è un’altra. Cosa hanno concretamente fatto deputati e senatori M5s nei tre anni trascorsi della attuale legislatura? Quale contributo hanno dato al funzionamento del Parlamento? Quali rapporti hanno avuto con i partiti di governo da una parte e con gli altri partiti di opposizione dall’altra? Queste sono le domande che possono far luce sulla natura del Movimento e sulla sua evoluzione. Per rispondere in maniera attendibile occorrono dati raccolti sistematicamente. Ed è quello che ha fatto FBLab, il centro studi di FB&Associati.

Il quadro che ne viene fuori è quello di un Movimento diviso tra la voglia di contare e quella di fare opposizione anti-sistema. Tra le numerose tabelle dello studio in questione ne pubblichiamo una che rappresenta la sintesi delle posizioni del Movimento sui disegni di legge esaminati complessivamente da Camera e Senato fino ad oggi. Come è logico aspettarsi i voti contrari prevalgono nettamente su quelli favorevoli e sulle astensioni. Ma resta il fatto che in un quarto dei casi il M5s ha approvato i provvedimenti, con una differenza tra la fase pre-direttorio e quella post-direttorio, cioè tra prima e dopo il novembre 2014. Dopo l’avvento del cosiddetto direttorio sono leggermente diminuiti i voti favorevoli ma sono significativamente aumentate le astensioni. Questo dato apparentemente poco significativo acquista invece rilievo se si tiene conto delle motivazioni che il M5S esprime in Aula quando si astiene, sempre meno di merito e sempre più tecniche (accuse al Governo di usare troppo la fiducia, o le deleghe legislative). Nel corso del tempo si nota come il Movimento abbia acquisito una sempre maggiore padronanza dello strumento parlamentare.

La creazione del direttorio sembra rappresentare uno spartiacque nel comportamento legislativo del M5s anche da un altro punto di vista. A partire dalla fine del 2014 è iniziata nella aule parlamentari una collaborazione silenziosa tra Pd e M5s. Da allora il Movimento si fa più intraprendente e prende l’iniziativa di presentare una serie di disegni di legge su temi importanti su cui intavola continue mediazioni con il Pd sia in commissione che in aula. Si tratta di regolamentazione degli orari commerciali, di class action, di whisteblowing di verifica antimafia, di finanziamento alla editoria. A volte la mediazione fallisce come in quest’ultimo caso. Altre volte invece ha successo. Tanto per fare degli esempi, i disegni di legge sulla class action e sul whistleblowing, presentati dal M5s e emendati su richiesta del Pd, sono stati approvati alla Camera con il voto dei due partiti e sono ora in attesa di esame al Senato.

Tuttavia nei tre anni della legislatura non sono esistiti casi di disegni di legge approvati grazie ad un concorso decisivo del M5s. I voti favorevoli, quando ci sono stati, si sono semplicemente aggiunti a quelli della maggioranza. E questo vale anche per le unioni civili. In questo modo il M5s ha sempre teso a rimarcare la sua alterità rispetto ai partiti di governo soprattutto su temi di forte impatto mediatico. Ciò nonostante l’impressione è che stia entrando in una nuova fase della sua esistenza caratterizzata da un maggior pragmatismo e da una maggiore autonomia del suo gruppo dirigente. È una impressione che si ricava non solo dalla lettura di questi dati ma anche da altri indizi che continuano a emergere soprattutto dopo la morte di Casaleggio e il ritorno sulle scene di Beppe Grillo. È quello che è già successo nel Parlamento europeo e che ora sta succedendo in quello italiano.