Lo stato delle riforme in Italia, il punto con l’On. Giachetti

Di: FbLab FB&Associati di lunedì 3 luglio 2017 14:41

Onorevole Giachetti, Lei è il nuovo responsabile per le Riforme del Partito Democratico. Questa Legislatura, che ormai volge al termine, è stata caratterizzata dalle Riforme, in molteplici campi (assetto istituzionale, giustizia, pubblica amministrazione, fisco, lavoro, scuola, etc.): alcune sono state portate a termine ed altre sono naufragate dopo una lunga battaglia politica. Dalla sua prospettiva privilegiata, potrebbe tracciare un bilancio dell’ultimo quadriennio sotto questo versante?

“Non siamo ancora al momento dei bilanci, perché questa legislatura è chiamata ancora a realizzare importanti interventi in diversi campi. Il Governo Gentiloni e il Partito Democratico — che è l’architrave di questa maggioranza — avranno davanti a sé diversi mesi per continuare il lavoro iniziato dal Governo di Matteo Renzi.
Dobbiamo essere onesti e dire che questa legislatura era nata praticamente morta. Solo il senso di responsabilità del Pd e delle altre forze che hanno sostenuto l’esecutivo ha permesso — con grandi sforzi e altrettanti grandi compromessi — di offrire al Paese un tentativo serio di portare avanti delle riforme che l’Italia aspettava da tantissimo tempo. Seppur in una condizione difficile, il segno del cambiamento c’è stato innanzitutto dal punto di vista economico: dalla crescita del Pil (+1,6% dal 1° trimestre 2014 al 4° trimestre 2016) a quello dei consumi delle famiglie (+3% dal 1° trimestre 2014 al 2° trimestre 2016), passando per il calo della disoccupazione e l’aumento degli occupati (+854.000 dal febbraio 2014 al settembre 2016). Ma penso anche a tutta la miriade di provvedimenti in tema di lavoro, scuola, giustizia, sicurezza, cultura, sanità. In questi 4 anni è stato portato avanti un progetto che ha scontato diverse difficoltà, ma che ha visto protagonista una nuova classe dirigente politica che ha provato ad innestare la marcia del cambiamento dell’Italia. Purtroppo non tutte le cose sono andate come le si era immaginate e la sconfitta al referendum del 4 dicembre ha indubbiamente rappresentato un macigno sull’avanzata di questo progetto. Ci sono stati errori, sicuramente, ma il Paese ha un disperato bisogno di essere semplificato e aggiornato”.

Nonostante ciò che è avvenuto nella campagna referendaria, che la Costituzione richieda un tagliando è cosa su cui a parole sono tutti concordi. Da quali punti fermi di merito, e con il sostegno di quale piattaforma politica, dovrà ripartire il dibattito tra le forze politiche nella prossima legislatura?

Con la sconfitta del referendum del 4 dicembre sapevamo perfettamente che ci saremmo trovati in queste condizioni. Dirò di più. Una quota non indifferente di chi si è battuto contro la riforma l’ha fatto perché sperava di trovarsi in una situazione da prima Repubblica: proporzionale puro, partitini che entrano in Parlamento con percentuali irrisorie e che avranno la possibilità di condizionare il governo dopo le elezioni. Detto questo la macchina dello Stato non è efficiente e molto spesso tutto parte dalla complicazione nelle istituzioni rappresentative della politica. Qualsiasi discorso sulle riforme, anche dopo il 4 dicembre, non può che ripartire da lì. Per fare un solo esempio, pensiamo a quello che è accaduto con la riforma della pubblica amministrazione. Ci sono voluti molti mesi per approvare una legge che permettesse agli enti pubblici di licenziare un dipendente che non si comporta bene, poi arriva la Corte costituzionale e blocca tutto dichiarando illegittimo il decreto perché non c’è l’intesa con le Regioni. Siamo vittime della nostra burocrazia e ne abbiamo le prove ogni giorno”.

Veniamo alla legge elettorale, il grande scoglio da superare dei prossimi mesi. La normativa vigente è incoerente e disomogenea tra i due rami. Il Presidente della Repubblica chiede con forza che le forze politiche trovino un accordo ma quest’ultimo pare un vero miraggio, anche alla luce di quanto avvenuto questo mese in Aula alla Camera. Quale sarà la posizione ufficiale del PD su questo tema nei prossimi mesi e come crede, Lei personalmente, che si possa uscire da questo vicolo cieco?

“Con la scelta del Movimento Cinque Stelle di impallinare la riforma elettorale e, cosa ancora più grave, il faticoso quanto importante accordo raggiunto tra le maggiori forze politiche, è stato archiviato l’ennesimo fallimento da parte della politica su questo tema. La scelta che il Parlamento ha avuto davanti era tra un proporzionale puro e sconclusionato e un proporzionale alla tedesca che fosse omogeneo tra Camera e Senato e che avesse dei correttivi (per esempio una parte di collegi uninominali e lo sbarramento al 5%) per renderlo meno ‘puro’. Tra queste due ipotesi, penso che il Pd abbia fatto benissimo a scegliere questa seconda strada che, peraltro, con i correttivi inseriti superava alcune critiche non infondate quali quelle sulle pluricandidature, sui capilista bloccati o sulle troppe firme necessarie per presentare le candidature. Chi continua a sostenere che saremmo dovuti andare avanti con una legge di tipo maggioritario, sostiene in realtà l’opzione dello status quo (quello determinato dalle due sentenze della Corte Costituzionale) e cioè di un proporzionale puro, che più puro non si può, con l’aggravante di due declinazioni assolutamente disomogenee tra Camera e Senato”.

Lei è notoriamente favorevole al sistema maggioritario, e le recenti elezioni amministrative hanno mostrato come il centrosinistra debba tornare a ricompattarsi se vuole restare competitivo con un centrodestra ancora in grado di vincere, se coeso. Come pensa che debba muoversi il PD sul fronte delle alleanze nazionali? Si può ancora aprire a sinistra, e se sì con quale sinistra?

“Io penso che nella situazione data della politica italiana, per evitare le grandi alleanze — e mi riferisco a coloro che sono pronti a tuonare contro — con un sistema proporzionale quale quello uscito dalla sentenza della Corte, per sperare di avere la governabilità, o si abbassa di molto la soglia per il premio di maggioranza, che era il presupposto dell’Italicum, oppure bisogna prendere i voti dei cittadini, tanti voti. Allora forse è arrivato il momento per tutti di fare meno chiacchiere e dedicarsi di più a raccogliere voti tra le persone, con proposte politiche concrete e credibili. Quanto poi ad un sistema di tipo maggioritario, io sono da sempre a favore, ma constato che non ci sono i numeri e le condizioni in Aula per approvare una legge di questo tipo. Vorrei ricordare che una parte consistente dei deputati del gruppo Mdp — che hanno fatto una sceneggiata in Aula su questo — quando c’era la possibilità di votare la mozione per il ritorno al Mattarellum con numeri certi (perché il Movimento 5 Stelle si era detto a favore) erano in prima linea a chiederne il voto contrario. Quanto poi alle alleanze a sinistra del Pd, io dico solo che il risultato dei ballottaggi di questo voto amministrativo dice che ha perso il centrosinistra. Praticamente in tutte le città in cui abbiamo perso c’era un centrosinistra largo, come quello che tutti dicono sia l’unica salvezza per il futuro. Chiaramente quel centrosinistra così com’è non è sufficiente. Il Pd dovrebbe riprendere il suo progetto originario anche perché la verità è che a sinistra c’è sempre qualcuno che si impegna per azzoppare il progetto riformista. Non so voi, ma io ho una discreta memoria storica dei principali fatti degli ultimi vent’anni di centrosinistra. Una storia triste, a mio modesto parere, di piccoli gruppi che hanno mandato all’aria i governi, la fiducia e le speranze di milioni di elettori e di centinaia di migliaia di iscritti e militanti”.