Amministrative 2017: il cavaliere dimezzato e la protesta intermittente

Di: FbLab FB&Associati di mercoledì 5 luglio 2017 15:00

Ovvero: le comunali 2017 e il loro impatto sulla trattativa in corso sulla legge elettorale

Le elezioni comunali 2017 rappresentano un caso veramente paradossale: da una parte sono importantissime, perché si verificano in un momento in cui le forze politiche nazionali stanno riflettendo sulla legge elettorale e sul nuovo assetto da darsi in vista delle prossime elezioni politiche; dall’altra, la fotografia che forniscono del contesto politico italiano è probabilmente falsata.

Il sistema politico nazionale, così come rappresentato da tutti i sondaggi, è quasi perfettamente tripolare: PD, M5S e centrodestra (considerato unito) sarebbero tutti intorno al 30% dei consensi. Quello che invece emerge dal voto locale delle ultime settimane è un sistema bipolare. Questa apparente contraddizione si spiega con la peculiarità del Movimento 5 Stelle, fortemente ridimensionato in queste elezioni comunali.

Attenzione però: il passaggio a vuoto del Movimento non corrisponde ad un rafforzamento effettivo di uno dei due poli. Anzi: il quadro è di una debolezza estrema di entrambi. Lo testimoniano nell’ordine: la bassissima partecipazione (60% al primo turno, sotto il 50% al ballottaggio); la fortissima frammentazione (nonostante la scarsa presenza del Movimento, raramente il il candidato arrivato in testa al primo turno ha superato il 40% dei voti); la proliferazione di candidati civici ed il successo elettorale delle liste civiche, anche interne agli schieramenti maggiori.

In questa competizione per così dire monca, il risultato che emerge dal confronto con lo scorso turno elettorale è un significativo arretramento del centrosinistra e un altrettanto significativo avanzamento del centrodestra, in termini di comuni conquistati. Un risultato che contribuisce alla riflessione tra gli schieramenti e all’interno di essi, in vista dei prossimi mesi, decisivi sul fronte della riforma della legge elettorale ed in vista delle elezioni politiche.

Ma tracciamo un bilancio dei risultati per ciascuno dei tre poli maggiori, evidenziando le conseguenze politiche che essi producono.

Il centrosinistra

Rispetto al quadro delle amministrazioni uscenti, che per il centrosinistra si tratti di una sonora sconfitta è assolutamente fuori di dubbio. Nei comuni capoluogo di provincia è passato da 14 a 6 comuni amministrati e volendosi estendere ai comuni superiori ai 15.000 abitanti ha perso circa un terzo delle città precedentemente amministrate.

Certo, è importante tenere presente che per la gran parte il quadro delle amministrazioni uscenti risaliva al 2012, ovvero al momento in cui il centrosinistra toccò il suo massimo storico di consensi degli ultimi anni, in un contesto di pressoché totale assenza di avversari. Anche così, tuttavia, l’arretramento è davvero evidente e parlare di vittoria perché si è ottenuto qualche comune in più degli altri, come ha provato a fare Renzi nelle ore successive ai risultati, è cercare di distogliere lo sguardo da un panorama sgradito.

La conseguenza politica che queste elezioni producono a sinistra è la riapertura del dibattito sul tema delle alleanze e quello ad esso connesso della riforma della legge elettorale. Renzi ha sostenuto sinora la linea dell’autosufficienza del PD, assecondando le richieste di Berlusconi sull’assetto proporzionale (poi naufragato in Aula), puntando all’ipotesi della Grande Coalizione. Bene: dopo le comunali 2017, è molto più isolato su questo percorso. La sinistra interna di Orlando e Cuperlo, ed ora anche alcune correnti moderate del partito, si stanno esprimendo in senso favorevole al ritorno ad un sistema che preveda le coalizioni, chiedendo l’apertura di un tavolo con Pisapia e con il mondo che si sta organizzando attorno a lui, e facendo eco ad analoghi inviti provenienti da illustri esponenti del centrosinistra del passato, come Prodi e Veltroni.

In realtà Renzi non è pregiudizialmente contrario a questo scenario, ma: a) sa che su un sistema elettorale imperniato sulle coalizioni troverebbe la feroce opposizione del Movimento 5 Stelle, e quindi giudica necessario il via libera almeno di Berlusconi su questa ipotesi; b) nel caso lo scenario si trasformasse in realtà, vuole essere libero di scegliersi gli alleati e quindi, al veto più volte posto da Pisapia su Alfano, risponde con il proprio veto su D’Alema e su chi ha votato no al referendum costituzionale.

In sostanza, nelle prossime settimane il nodo potrebbe sbrogliarsi, ma è da Arcore che deve partire un segnale.

Il centrodestra

Come si è detto, per il centrodestra le comunali 2017 sono un caso vittorioso. Lo schieramento conservatore si è ripreso quasi tutti i comuni del nord che aveva perso a sorpresa nel 2012, ed ha continuato la propria lenta ma inesorabile penetrazione nelle zone rosse (questa è stata la volta di La Spezia, Piacenza e Pistoia). Tuttavia questa vittoria non risolve i problemi che lo schieramento sta vivendo a livello nazionale: anzi, paradossalmente finisce con il metterli più in evidenza.

Il messaggio principale è questo: il centrodestra è competitivo con il PD e con il M5S, ma a condizione che si presenti unito. Questo è vero, ma è vero solo a livello locale, ovvero in un contesto in cui il sistema elettorale rende l’unità strutturalmente conveniente, ed in un contesto in cui, tramite la scelta di candidati sindaco civici o esterni ai partiti, è possibile sterilizzare il problema della leadership del centrodestra.

A livello nazionale queste condizioni non ci sono e l’unità del centrodestra resta solo una delle opzioni. In questo quadro, il pallino torna nella mani di Berlusconi. Dopo queste elezioni Salvini può dire che la Lega è il primo partito dell’area ma in realtà da questo voto ha ricevuto la conferma della propria mancata autosufficienza. Anzi, l’unico caso in cui schierava come candidato Sindaco un proprio esponente di spicco a livello nazionale, Bitonci a Padova, il centrodestra è andato incontro ad una bruciante ed inattesa sconfitta. Berlusconi invece è invece spaccato a metà tra due opzioni che non riguardano solo lui, ma l’intero assetto della politica italiana: puntare su un assetto proporzionale, riaggregando i moderati attorno ad un soggetto unitario che risulti decisivo per formare una Grande Coalizione con il PD dopo il voto, oppure accettare (quantomeno transitoriamente) il ritorno alle coalizioni e replicare a livello nazionale il modello del centrodestra locale. La seconda delle due soluzioni sembra conveniente dal punto di vista dei consensi, ma in realtà costringe il Cavaliere a fare i conti con il problema della leadership: Salvini accetterà un “papa straniero” o pretenderà la conta interna?

Come si vede, dalla scelta di Berlusconi su questo bivio dipende in realtà l’intera trattativa sulla legge elettorale.

Il Movimento 5 Stelle

Per il Movimento 5 Stelle è stato un vero e proprio passaggio a vuoto. Una sconfitta catastrofica. Il Movimento ha vinto in 8 comuni superiori su 160, di cui nessun capoluogo di provincia; è arrivato al ballottaggio in soli 11 capoluoghi casi, 1 solo dei quali capoluogo di provincia. In 19 capoluoghi su 25 ha ottenuto meno del 10%. A Genova e a Palermo, dove aveva teoricamente le carte in regola per fare bene, si è piazzato terzo con margine; a Parma è stato letteralmente cancellato da Pizzarotti.

Questo scenario sarebbe sufficiente a giustificare uno sciogliete le righe, per un partito che avrebbe ambizioni da primo posto. Eppure, così non è. Certamente delle difficoltà ci sono, ed il modo in cui è stata gestita la trattativa sulla legge elettorale, così come i nuovi fermenti connessi al caso Raggi, non giovano ad un partito sempre più diviso al suo interno su temi e strategie. Ma il crollo del Movimento sul piano locale non è una novità: raramente il Movimento ottiene sul piano locale risultati coerenti con quelli ottenuti alle politiche. I suoi successi a livello comunale, anche se spesso importantissimi, sono connessi a due fattori episodici: a) difficoltà locali di uno degli altri due poli (vedi Torino l’anno scorso, ma anche Parma nel 2012 e Livorno nel 2014), o particolari contingenze locali (vedi Roma l’anno scorso); b) clamorosa competitività al ballottaggio dei candidati grillini, non dovuta al loro radicamento ma al fatto di essere naturali destinatari dei voti ottenuti al primo turno dal candidato di centrodestra o di centrosinistra escluso.

In assenza di questi fattori, il 5 stelle arriva quasi sempre terzo alle comunali, con molti meno consensi rispetto alle politiche. Questo dipende dal fatto che l’elettorato grillino, o quantomeno una buona parte di esso, è un elettorato tendenzialmente marginale, che si mobilita solo in caso di elezioni politiche. I flussi lo dicono abbastanza chiaramente: l’elettorato che nel 2013 aveva votato il Movimento è quello che più di tutti è rimasto a casa a queste elezioni comunali.

Ecco perché queste elezioni sono solo parzialmente indicative di quelli che saranno i rapporti di forza alle prossime elezioni politiche. Manca all’appello un polo, un pezzo dell’elettorato italiano che si mobilita solo quando può colpire il bersaglio grosso. Un elettorato di protesta intermittente, che potrebbe rendere vane, alle prossime elezioni politiche, tutte le riflessioni in corso a destra e sinistra in queste ore.