Giovani e politica: cosa accade nel centro-destra?

Di: FbLab FB&Associati di mercoledì 19 luglio 2017 18:09

Mirko Giordani, laureato in Scienze Politiche alla Luiss, è presidente di Blu Lab, associazione politica che ha come riferimento il centro-destra, membro dell’associazione romana amici d’Israele e tirocinante presso il Jerusalem Center of Public Affairs. A settembre inizierà il suo percorso di studi magistrali in National Security al King’s College di Londra. Lo abbiamo intervistato a pochi giorni dal #SummerLab, iniziativa di formazione dei giovani del centro-destra in programma per il prossimo 22 luglio a Viareggio.

Il centro-destra unito ha mostrato una notevole competitività alle ultime elezioni amministrative, recuperando molto al centrosinistra in termini di città amministrate. A cosa è dovuto, secondo te, questo successo? 

Nel paese si comincia a respirare malcontento verso una classe dirigente di centrosinistra, che preferisce osservare il proprio ombelico piuttosto che vedere i problemi reali del paese. Sembra che il Pd viva su Marte. Per questo molti elettori stanno ritrovando fiducia nel polo di centrodestra, che individua i problemi e da risposte secche e semplici. I cittadini vogliono città pulite, sicure, prospere e dove si possano fare affari ed impresa in santa pace. In questo, il caso di Genova è emblematico: una città in declino industriale, con problemi di sicurezza e di disoccupazione molto sentiti ha dato fiducia non a quelli che urlavano a vanvera, come i 5 Stelle, ma a chi dava soluzioni chiare e concrete, come Bucci. Sulla questione immigrazione, la più scottante negli ultimi giorni, il Pd naviga a vista e i Cinque Stelle danno risposte ondivaghe. Il centrodestra invece è semplice e diretto: stop agli sbarchi, bloccare le carrette del mare in partenza dall’Africa ed interventi seri in Nord Africa. La chiarezza è l’elemento fondamentale e gli elettori ci premiano.

Il primo problema da risolvere a destra è sicuramente quello della compattezza coalizionale. Per ottenerla serve in primo luogo una legge elettorale con correttivi maggioritari, sulla quale però Berlusconi pare esitare. A cosa è dovuta questa esitazione e quale prospettiva strategica dovrebbe coltivare secondo te il centrodestra nel suo complesso?

Il centrodestra, ora come ora, è un’area politica che ha un elettorato pronto a mobilitarsi, ma senza generali all’altezza. Le differenze, basti pensare al tema Europa, sono oggettive e difficili da colmare. Berlusconi esprime Tajani, mentre Salvini, almeno fino a poco tempo fa, voleva addirittura uscire dall’euro. L’ipotesi primarie è ormai sfumata definitivamente, quindi non resta che un accordo coalizionale tra leader. Quest’ultimo, ovviamente, dipende dalla legge elettorale, e qui rischiamo di entrare in sofismi: il proporzionale con premio alla lista ucciderebbe il centrodestra, un maggioritario con premio alla coalizione ci metterebbe in pista per governare, previo accordo di coalizione. Siccome è estate e la politica ora gigioneggia tra chiacchiere estive, di legge elettorale se ne riparlerà in autunno. Il centrodestra dovrebbe puntare la propria azione comune su sei pilastri: sicurezza, libertà, crescita, meno tasse, patria ed europeismo critico. Poi si può discutere su tutto, ma se non si parte da qui l’edificio viene giù.

Il problema vero sul fronte della coalizione è però l’omogeneità di vedute sul fronte programmatico, che pare mancare specie sulle questioni europee, dove Salvini e Meloni sono posizionati in senso molto più scettico di Berlusconi e degli altri popolari. Secondo te l’unità è una prospettiva davvero possibile? Se sì, quali potrebbero essere, secondo te, i tre punti fondamentali dell’agenda politica di un centro-destra unito?

Come detto in precedenza, invece che tre ne ho individuati sei: senza quei sei punti non esiste il centrodestra. Sull’Europa hai ragione, ci si gioca tutto. Quando si parla di europeismo critico, la premessa per esercitarlo è di avere un governo politicamente forte, stabile e con standing internazionale. Il governo Gentiloni, che di forte non ha nulla, nei tavoli europei che contano rimane fuori, a vantaggio del duo Francia-Germania. L’obiettivo del centrodestra è innanzitutto quello di trovare una quadra accettabile sul tema Ue: né Euro sfascisti, né Euro Entusiasti, bensì critici e decisi e a cambiare radicalmente i trattati. Sarebbe stato ottimo poterne discutere attraverso libere primarie, ma come detto sopra ormai le speranze sono ridotte al luminicino. Una volta trovata la quadra, serve far passare l’idea che il nostro è un paese stabile, forte, coeso e riformabile che può sedere alla pari con Merkel e Macron. Se riusciremo a stare nel gruppo di testa non solo a parole, ma con i fatti, saremo un passo avanti, e si potrà parlare apertamente di modifica dei trattati.

Il secondo problema da risolvere è quello della leadership. Salvini mira a diventare il punto di riferimento dell’intera coalizione ma ampi settori del centrodestra moderato lo considerano una soluzione perdente, perché incapace di contendere a Renzi l’elettorato centrista. Berlusconi può ancora essere il leader? Chi altro potrebbe?

Berlusconi è un grandissimo leader, vediamo come andrà a finire alla corte europea dei diritti dell’uomo. L’uomo è capace a reinventarsi e a sparigliare le carte: con lui in campo seriamente Fi potrebbe passare avanti alla Lega Salvini invece dimostra un grande limite: non avere coraggio e forza politica sufficiente per fare a meno di Berlusconi e Forza Italia. Se il suo obiettivo è veramente quello di ambire a Palazzo Chigi, senza Fi avrà le strade tutte sbarrate. Nel campo moderato invece, a parte Berlusconi, non vedo altri leader, almeno per ora, che possano veramente ambire alla leadership. Ci sono fermenti culturali e politici di varia natura, con leader di secondo piano e con pacchetti di voti abbastanza consistenti, ma nessuno in grado di scalzare seriamente Berlusconi. Penso a figure come Fitto, Parisi, Quagliariello ed altri gruppi e partiti legati all’area moderata. La presenza del gigante Berlusconi non permette lo sviluppo di queste forze politiche, che però potranno giocarsela in un’ottica di post Berlusconismo.

Renzi nella direzione nazionale del PD ha nominato 20 millennials. Cosa si sta facendo, invece, a destra per stimolare la partecipazione dei giovani alle scelte fondamentali del partito? Sei soddisfatto di quanto fatto finora?

Si sta facendo poco o nulla e quando si fa qualcosa è per fare banchetti o militanza dura e pura. Purtroppo si continua a guardare la carta d’identità senza vedere le qualità dei singoli. Una volta i ragazzi avevano percorsi di formazione e rampe di lancio, ora ci si arrangia alla bene e meglio. Ci sono troppi “giovani” sopra i 35 anni che marciscono senza far nulla nei movimenti giovanili dei partiti, quando in una condizione normale il giovanile dovrebbero abbandonarlo a 25 anni. Non è possibile vedere gente con moglie e figli stare dietro ai movimenti giovanili: è triste e dà l’idea di come la retorica dei “giovani” sia in realtà una scusa per non farci crescere. Con Blu Lab stiamo facendo un lavoro nuovo, che non si sovrappone ai movimenti giovanili: abbiamo creato uno spazio dedicato esclusivamente alla formazione politica per i giovani tra i 20 e i 30 anni, attraverso schools dedicate ai temi fondamentali come terrorismo, sicurezza, finanza e politica internazionale.