Legge di Bilancio, i numeri

Di: FbLab FB&Associati di venerdì 10 novembre 2017 10:00

I nodi della riduzione della spesa corrente e del debito pubblico da un lato e della produttività dall’altro. Nello Speciale Legge di Bilancio della nostra Newsletter l’analisi del Presidente del Think tank Trinità dei Monti, Pierluigi Testa.

di Pierluigi Testa*

Pierluigi Testa

ALCUNE CONSIDERAZIONI

La legge di Bilancio del 2018 ha preso le mosse dall’approvazione del DEF — che determina stato di salute dell’economia italiana — rivisitato con la nota di aggiornamento nel CdM di settembre del 2017.

Rispetto a quanto ivi previsto, la crescita del PIL è stata modificata al rialzo già per il 2017, fissandola all’1,5%, e da ritenersi invariata per il 2018 e per il 2019.

In quella circostanza, secondo il Ministro Padoan tale crescita dovrebbe impattare positivamente sul rapporto debito/PIL dal 131,6% di quest’anno al 129,9% nel 2018.

La riduzione del debito unita ad una stabilizzazione dell’economia dovrebbe, sempre secondo il Ministro, costituire un buffer di protezione contro l’impatto che scaturirà dalla riduzione del 50% a partire da gennaio 2018 del Quantitative easing — piano di allentamento monetario — deliberato dalla Banca Centrale Europea, che acquista titoli di stato al fine di incentivare la crescita economica.

In realtà, la manovra del 2018 — così come approvata a fine ottobre — rimanda ulteriormente gli impegni presi verso l’Unione Europea, ovvero quello di abbattere il disavanzo che non doveva essere più dell’1,2% e che sarà l’anno prossimo pari all’1,6%.

Il Ministro Padoan ha ottenuto questa dilazione rispetto gli impegni presi verso l’Unione Europea negli anni precedenti, anche sfruttando la maggiore flessibilità concessa per via delle elezioni politiche, in un momento delicato nel panorama internazionale.

C’era, inoltre, una battaglia per non aumentare l’età pensionabile al fine di adeguarla all’aspettativa di vita, che si è risolta in questi giorni in cui l’Istat ha confermato le stime e il Governo ha deciso di far scattare l’adeguamento automatico, da cui deriva che dal 2019 — se nulla cambia a livello normativo — la pensione di vecchiaia scatterà a 67 anni.

Quanto sopra risponde al principio secondo cui quando viene riscontrato che l’aspettativa di vita aumenta, per avere un effetto neutro sulla finanza pubblica si hanno due alternative: o si riducono le pensioni o si aumenta l’età pensionabile.

Tuttavia, la questione spinosa di fondo è che la spesa corrente non diminuisce, questo è il punto focale, e impatta sul debito pubblico.

Il problema dell’Italia, infatti, è l’alto debito pubblico ( “Debito pubblico, Italia bomba ad orologeria d’Europa”. Washington Post, febbraio 2015). Per ridurre il debito o si fanno privatizzazioni, o si dismette il patrimonio pubblico, oppure si deve ridurre la spesa. Al contrario, si vogliono ridurre le imposte, impattando sul disavanzo che si prospetta per il prossimo anno.

La Banca Centrale Europea ridurrà l’acquisto di titoli a partire da gennaio prossimo, ma siccome l’inflazione è ancora sotto al 2%, il Presidente Draghi può continuare a seguire questa politica di allentamento.

La riduzione degli acquisti dei titoli può portare ad un aumento del differenziale con i tassi Bund, che oggi sappiamo essere intorno ai 150 punti base. I tassi di interesse sul debito pubblico sono stati molto bassi anche per questa ragione.

Una politica monetaria meno accomodante, come lo diventerà gradualmente nei prossimi mesi o anni, farà salire i tassi di interesse e lo spread. E quindi assisteremo gradualmente ad un aumento del costo del debito.

Con i bassi tassi di interesse abbiamo beneficiato enormemente della riduzione del costo del debito. Si parla di una cifra di 15 miliardi all’anno che, invece di essere portati a riduzione del debito stesso, sono andati in aumento di spesa con lo scopo di alimentare la domanda interna.

Il Presidente Draghi aveva detto che poiché la riduzione del servizio del debito è un risultato in parte esogeno all’Italia, tale riduzione del costo sarebbe dovuta andare ad abbassare l’entità del debito pubblico.

In merito ai provvedimenti presi in finanziaria, i bonus degli ultimi tre anni hanno comportato una spesa media di 30 miliardi di euro, per far sì che chi guadagnava meno di 24.000 euro lordi l’anno potesse incrementare il suo reddito di 960 euro all’anno. A questa spesa, tuttavia, non è corrisposta una crescita — se non in minima parte — perché tali bonus sono andati a risparmio o a riduzione dei debiti. L’aumento dei consumi è stato molto moderato rispetto ai 30 miliardi spesi.

La crescita italiana, in realtà, è trainata dalle esportazioni — unico driver con impatti positivi sul PIL — che dipendono dall’andamento dell’economia mondiale, che sta crescendo (nel 2017 il tasso di crescita previsto è del 3,5%). La domanda interna, invece, non cresce molto.

Ci sono, poi, i 500 euro dati come bonus ai ragazzi di diciott’anni. Anche questa non è una politica economica che guarda all’interesse nazionale, bensì a logiche di altro tipo, seppur incentivi i c.d. “acquisti culturali”.

Il Jobs act muoveva nella giusta direzione, ovvero di rendere più flessibili le assunzioni, e come tale era difendibile. Effettivamente, tale misura prevede l’eliminazione dei contributi sociali per tre anni ai nuovi assunti. Dopodiché o si rinnova permanentemente il contratto ai neoassunti, causando in tal modo problemi all’Inps e al sistema pensionistico, oppure una volta che sono finiti questi vantaggi l’aumento dell’occupazione non c’è più. La direzione era, inoltre, quella di ridurre il costo del lavoro, ma a quale prezzo? Al prezzo di eliminare gli oneri sociali che alla lunga creano problemi all’Inps e al sistema previdenziale. Gli imprenditori, che sono consapevoli che al quarto anno bisogna pagare i contributi ai propri lavoratori, o non assumono giovani oppure li licenziano.

In sintesi, in questi anni non si è fatto altro che trasferire risorse pubbliche alle famiglie, ai lavoratori, ai giovani e alle imprese. Se, invece, questi trasferimenti fossero stati investiti in infrastrutture — che prevedono un beneficio calcolabile con un moltiplicatore pari a 2 — oggi avremmo avuto una crescita tra il 2% e il 3%.

Tutte queste riforme hanno avuto un effetto temporale o comunque contestuale, ma di strutturale c’è ben poco. In aggiunta, se l’occupazione cresce più del PIL, allora si riduce la produttività; la riduzione della produttività avviene in un contesto in cui anche lo stock di capitale sta diminuendo e il progresso tecnico è negativo. Questo fa sì che non si possa parlare di crescita economica di trend, ma solo di crescita dovuta a fattori esterni.

Quest’anno è stata fatta una legge finanziaria sicuramente migliore rispetto alla precedente, con maggiore impulso allo sviluppo economico e misure più “perequative”, tuttavia anche l’Unione Europea ha avuto un atteggiamento più accomodante perché siamo in un anno elettorale.

Come detto prima, restano i nodi tra di loro collegati della riduzione della spesa corrente e del debito pubblico da un lato e della produttività dall’altro, che un governo stabile potrà sicuramente meglio gestire in futuro. Le competenze ci sono, così come tutti gli ingredienti per far sì che questo paese possa tornare ad una crescita graduale e consolidata.

Non resta che attendere con ottimismo, critica costruttiva, misurazione delle performance e spirito di servizio.

IL DEBITO PUBBLICO

Degna di approfondimento è la situazione oggettiva del debito delle amministrazioni pubbliche.

Se si guarda al tasso di crescita annuale del debito pubblico, si nota che mediamente — anno dopo anno — il livello del debito è cresciuto del 3%. Ad agosto del 2017 il tasso di crescita del debito è già pari al 2,8% rispetto allo scorso anno. Tale incremento, tuttavia, si applica a livelli di debito sempre crescenti che ha comportato un aumento del debito pubblico in valore assoluto di 210 miliardi di euro dal 2014 ad oggi.

Sul versante delle entrate, nel periodo gennaio-agosto si rileva che il totale delle entrate tributarie è di 278 miliardi di euro contro i 270 miliardi di euro rilevati nello stesso periodo nel 2016 — con un tasso di crescita del 3,2% — a fronte di 296 miliardi di spese correnti (cresciute del 4% vs quelle rilevate nel 2016 e pari a 285 miliardi di euro).

Non migliora la situazione se si fa riferimento al saldo del bilancio statale, comprensivo tra le voci in attivo anche delle altre entrate e nel passivo delle spese in conto capitale, che risulta negativo tanto nel periodo gennaio-agosto del 2016 e pari a -2,3 miliardi di euro, quanto nel 2017 pari -12 miliardi di euro.

In ordine alla composizione del debito si fa presente che il 47% della massa ha una vita residua maggiore di 5 anni, il 31% tra 1 e 5 anni ed il 22% fino ad 1 anno.

La vita media residua del debito ad agosto 2017 è passata da 7,1 anni di agosto 2016 a 7,4 anni misurati.

Dall’altro lato il PIL presenta una dinamica meno vivace, con un tasso di crescita passato dallo 0,1% (stagnazione economica) del 2014, allo 0,8% del 2015, allo 0,9% del 2016% (Eurostat).

LA MANOVRA AT A GLANCE

La manovra del 2018 prevede una mobilitazione di risorse di circa 20,4 miliardi di euro, la cui copertura proviene in parte dalla lotta all’evasione fiscale e dalla spending review (9,5 miliardi di euro), la restante dal differenziale tra il deficit tendenziale a legislazione vigente (pari all’1,0%) e il deficit programmatico — ovvero quello stabilito come obiettivo post legge di bilancio e pari all’1,6%.

La voce principale della manovra è la neutralizzazione dell’aumento Iva: sono previsti 15,7 miliardi di euro per sterilizzare le clausole di salvaguardia, evitando l’aumento delle aliquote Iva e delle accise.

Resta un “corridoio stretto” di 4,7 miliardi di euro. Di questi, si riconducono ad una logica di sviluppo o di supporto al sistema produttivo/occupazionale le seguenti misure:

· Bonus assunzione per i giovani under 35: sgravio del 50% per i primi tre anni di contratto a tutele crescenti — con tetto annuo di 3.000 euro — per i datori di lavoro che assumono da gennaio 2018.

· Conferma delle agevolazioni previste per l’acquisto di macchine utensili tradizionali, come il superammortamento, e per favorire i processi di trasformazione tecnologica e/o digitale in chiave “Industria 4.0”, con l’acquisto di beni funzionali alla digitalizzazione dei processi produttivi, noto con il nome di iperammortamento.

· Messa a gara delle frequenze 5G previste dalla Commissione Europea, per una base d’asta a partire da 2,5 miliardi di euro.

· Sostegno alle imprese di grande dimensione (più di 500 dipendenti): istituito uno specifico stanziamento destinato all’erogazione di finanziamentiin favore di imprese in crisi per permettere la continuazione delle attività produttive e/o mantenere il livello occupazionale.

· Rafforzata la c.d. “Golden Power”, ovvero i poteri speciali che consentono al Governo di “blindare” una società qualora sia in pericolo l’interesse nazionale, rimandando ad una successiva regolamentazione l’individuazione dei settori ad alta tecnologia, al fine di tutelare la sicurezza e dell’ordine pubblico.

· Incrementato il prestito ad Alitalia di 300 milioni di euro fino a settembre 2018 per garantire la continuità aziendale e spostato il termine per il collocamento dei complessi aziendali della holding e delle controllate che si trovano in regime amministrazione straordinaria.

La manovra contiene, inoltre, disposizioni sulla Cassa integrazione straordinaria, per la quale è previsto uno stanziamento di 100 milioni di euro per avviare un percorso di ricollocazione “anticipato” dei lavoratori in regime di CIGS.

Dal punto di vista del welfare state tout-court, continua la lotta alla povertà,alla quale vengono destinati 300 milioni in più nel 2018 (700 milioni nel 2019 e 665 nel 2020), in vista dell’introduzione del Reddito di inclusione.

Viene, infine, confermato il Bonus cultura di 500 euro spendibili per l’acquisto di biglietti del teatro, del cinema o in generale permettere ai diciottenni di fare “acquisti culturali”.

Per quanto riguarda il pubblico impiego sono previste risorse per il rinnovo dei contratti, nonché per l’espletamento di bandi di concorso per nuovi posti di ricercatore universitario e lo sblocco degli scatti stipendiali a favore dei professori.

Pierluigi Testa è Fondatore e Presidente del Think tank Trinità dei Monti. Cavaliere dell’Ordine al “Merito della Repubblica italiana”, è membro del Comitato Tecnico Scientifico del Club Atlantico di Napoli e del Forum anglo-italiano di Pontignano che riunisce 100 personalità tra politici, imprenditori e uomini d’affari, giornalisti e opinion maker del Regno Unito e dell’Italia. Partecipa regolarmente a forum economici internazionali in qualità di moderatore o panelist. La sua mail: piero.testa@gmail.com

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