Politiche 2018: una riflessione e molte domande

Di: FBAdmin di venerdì 9 marzo 2018 7:41

 Lo Speciale Politiche 2018 della nostra Newsletter ospita un commento a caldo sui risultati delle elezioni politiche a cura dell’Ad di FB&Associati, Fabio Bistoncini.  

Le elezioni del 4 marzo sono state un vero tsunami che si è abbattuto su molti dei protagonisti della politica italiana.

Se guardiamo alle elezioni precedenti (2013) il quadro che ne esce è completamente diverso.

Non tanto per l’ampiezza (alcune indicazioni di fondo era ben chiare fin dalle settimane precedenti), ma per l’intensità di alcuni fenomeni.

Alcuni dati incontrovertibili.

1) Solo due i veri vincitori: Lega e Movimento 5 stelle.

La prima ha quadruplicato i voti rispetto alle politiche del 2013.

Ma soprattutto ha superato Forza Italia.

Nella coalizione di centro destra la Lega di Salvini è primo partito in tutte le regioni del Nord e del Centro fino al Lazio (sostanzialmente un pareggio, ma prevale la Lega) e l’Abruzzo (dove prevale Forza Italia). Un dato impressionante che ha permesso alla coalizione di sfondare nelle cosiddette regioni rosse.

In senso opposto, anche geografico, il dato del Movimento 5 Stelle. Che è diventato di gran lunga il primo partito a livello nazionale e sostanzialmente egemone in moltissime regioni del sud.

I pentastellati superano il 40% dei consensi (con punte di quasi il 50%) in: Sardegna, Sicilia, Calabria, Basilicata, Puglia, Campania, Molise.

In Abruzzo sono al 39.9, nelle Marche al 35,5.

Dati che permettono loro di vincere anche in gran parte dei collegi uninominali di quelle regioni diventando così non solo il primo partito, ma anche il primo gruppo parlamentare.

2) I perdenti sono: tutti gli altri! E cioè, con sfumature diverse: Partito Democratico, Liberi e Uguali, + Europa e Forza Italia.

Il PD di Renzi è ridotto ai minimi termini. Sotto al 19%, milioni di voti persi per strada, le regioni rosse che diventano terreno di caccia per gli avversari politici, illustri esponenti che vengono massacrati (elettoralmente) anche nei collegi “sicuri”. Una coalizione inesistente dal momento che solo + Europa supera la soglia di sbarramento, mentre gli altri due partiti (Insieme e lista Civica Popolare) si attestano allo 0,5%. Insomma il classico vaso di coccio tra quelli di ferro…

Liberi e Uguali dimostra di essere un progetto nato a “tavolino”: personale politico uscito dal Partito Democratico che non riesce ad intercettare il dissenso di quel campo elettorale. Supera di poco la soglia di sbarramento (che per i partiti politici che NON si presentavano in coalizione era del 3%), ma sono assolutamente irrilevanti dal punto di vista elettorale.

+ Europa. Molto al di sotto dell’obiettivo del 3%. Nonostante la personalizzazione sulla figura di Emma Bonino.

Forza Italia: è nella coalizione vincente, quella del centro destra, ma ridotta a secondo partito. Dato assolutamente non previsto dai sondaggi. Anche io pensavo che il Cavaliere riuscisse a dare la solita “zampata” e, quindi, a tenere la leadership elettorale. Anche se di poco. Così invece non è stato. E Forza Italia è ridotta a rango di comprimario.

Queste le elezioni.

Ora comincia la Politica.

Vivendo in una democrazia parlamentare, non potrà fare finta di niente.

La legge elettorale si è rivelata per quello che è: un disastro assoluto. Dal momento che non ha permesso ai vincitori di ottenere un numero di seggi tale da poter avere una maggioranza.

Un esito ampiamente previsto. Che poteva essere evitato solo se si fosse verificata una di queste due variabili:

– la vittoria del centro destra anche nel sud italia;

– lo sfondamento dei 5 Stelle nelle regioni del nord.

Così non è stato.

Quindi si riparte dai seggi ottenuti.

La coalizione di centro destra, da questo punto di vista, è in vantaggio. Ma mancano comunque molti seggi per ottenere la maggioranza: circa 20/25 al Senato, 50/60 alla Camera.

Se fossero meno la strada sarebbe in discesa: la capacità attrattiva verso un nucleo indistinto di “responsabili”, che alberga in qualsiasi lista, permetterebbe di raggiungere la maggioranza.

L’aritmetica, però, non è un’opinione. Quindi compito arduo. Reso ancora più difficile dalla leadership, acquisita con il sorpasso su Forza Italia, di Matteo Salvini. Vincente, ma “divisiva” al di fuori del proprio campo politico.

Stessa cosa, con numeri ancora più ampi, per i 5 Stelle. A cui mancano una cinquantina di seggi al Senato e oltre un centinaio alla Camera.

Questi dati spiegano il “corteggiamento” serrato dei vincitori nei confronti dei perdenti. In primo luogo il PD, seguono Liberi e Uguali e gli altri.

Insomma, se le posizioni espresse durante la campagna elettorale e in queste ore a urne appena chiuse rimangono congelate, formare un Governo politico sarà molto, molto difficile.

Resta da capire cosa succederà all’interno del PD nell’ambito del percorso avviato per la leadership post renziana.

Con un’unica annotazione. Al PD un periodo all’opposizione è necessario. Per rigenerarsi. Sono sei anni che governa indirettamente (sostegno Governo Monti) e direttamente (Governi Letta, Renzi e Gentiloni), senza vincere realmente le elezioni. Ed, evidentemente, anche questo agli elettori non è piaciuto.

Insomma le schermaglie tattiche dureranno ancora per poco.

La data del 23 marzo, quando si  riuniranno le nuove Camere per l’elezione dei Presidenti, si avvicina velocemente.

In quell’occasione si potrà misurare il grado di coesione della maggioranza di centro destra, la tenuta dei 5 Stelle e il loro grado di apertura nei confronti di soluzioni “fantasiose” da far digerire al proprio elettorato.

Paradossalmente la soluzione più facile dal punto di vista matematico è anche quella più difficile da quello politico.

Sommando i seggi della Lega al Senato (58) e quelli dei 5 Stelle (112) arriviamo a 170. Ben oltre la maggioranza.

Stessa cosa alla Camera: 123 lega + 221 (5 Stelle) fanno 341 su 630.

In più, a sostegno di questa opzione, c’è una perfetta rappresentazione geografica dell’elettorato italiano. La Lega al nord + qualche regione del centro; 5 Stelle al sud + qualche regione del centro.

Ma si tratta di un’opzione, per ora, solo matematica.

Ci sono altre variabili da tenere sotto controllo.

E cioè come si comporteranno i partiti ed i gruppi parlamentari.

Dei travagli del PD abbiamo già detto. Aggiungiamo solo, però, che i nuovi gruppi parlamentari sono molto “renziani”. Gli esponenti della minoranza interna, coloro che potrebbero prendere in considerazioni le offerte del centro destra e/o dei 5 Stelle, sono pochini. Poi, se il PD decide di cambiare linea politica e fungere da stampella ad una qualsiasi maggioranza, tutto si modifica.

Vive lo stesso travaglio, anche se molto ben nascosto, Forza Italia.

La leadership di Berlusconi ha subito un vero e proprio colpo dal momento che gli elettori di centro destra sembrano aver effettuato una scelta molto chiara su chi deve guidare la coalizione…

Occorre, quindi, che Silvio torni rapidamente in campo per riaffermare la propria centralità ed indispensabilità. Perché, di fronte ad un “strappo” della Lega (ad esempio verso un ipotetico governo con i 5 Stelle), quanti parlamentari forzisti, eletti nei collegi del nord e del centro, gli rimarranno fedeli, considerando il fatto che la maggior parte dei loro voti è in mano a Salvini?

Ultimo punto: i 5 Stelle.

Formano un gruppo parlamentare molto ampio, sicuramente compatto per i primi mesi, ma nella scorsa legislatura lo stesso gruppo ha “perso per strada” (tra espulsi e dimissionari e cambi di casacca) 1/5 della propria componente. Siamo certi che, in caso di difficoltà politiche nella formazione di un nuovo governo, quindi di fronte a scelte “difficili”, i nuovi parlamentari rimarranno graniticamente ancorati alla posizione dei vertici del movimento?

Tante domande. Poche certezze.

Ma dopo lo tsunami del 4 marzo non poteva essere diversamente.

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