Gli eletti e le professioni

Di: FBAdmin di mercoledì 28 marzo 2018 19:39

Che lavoro fanno i parlamentari neo eletti con il voto dello scorso 4 marzo? Lo studio condotto da FBLab, particolarmente apprezzato dalla stampa, si concentra sulla ripartizione degli eletti per professione, evidenziando poi i metodi di selezione delle candidature di coloro che sono risultati eletti.

1 – Le professioni degli eletti, in generale e per partito

FBLab continua la sua analisi del Parlamento appena eletto: stavolta si sofferma sulla ripartizione degli eletti per professione. Nel grafico a torta qui sotto è possibile vederne una efficace rappresentazione.

La categoria più rappresentata è quella dei politici e degli amministratori locali: essa rappresenta il 25% degli eletti. Le restanti categorie professionali si dividono in modo abbastanza simile in tre macro-aree, classificate in ordine decrescente di reddito: i ceti alti (alti dirigenti pubblici e privati, gli accademici, i medici e gli avvocati) che insieme rappresentano il 33% degli eletti; l’universo composito delle libere professioni, che giungono al 20% degli eletti; i ceti medio-bassi (dipendenti pubblici e privati, studenti e disoccupati) che arriva a circa il 22% dei nuovi Parlamentari.

Appare però estremamente interessante vedere come questi dati si disarticolano a livello di singola forza politica: il dato è mostrato nella Tabella che segue.

I parlamentari del M5S sono solo in minima parte politici di professione, mentre tra loro sono in molti ad appartenere alle libere professioni (dato superiore alla media di 6 punti percentuali) e ai ceti medio-bassi (dato superiore alla media di addirittura 14 punti percentuali).

Il centrodestra, al contrario, sottorappresenta i ceti medio-bassi e sovrarappresenta in modo davvero massiccio due altre categorie: i ceti medio alti, che rappresentano il cuore della rappresentanza forzista (soprattutto gli imprenditori) e i politici di professione, che invece costituiscono quasi la metà della classe parlamentare leghista.

Il PD ha invece dati sostanzialmente in media con quelli generali.

2. La scelta dei candidati: professioni, liste e collegi

Una seconda analisi che la ripartizione per professione consente di fare riguarda i metodi di selezione delle candidature di coloro che sono risultati poi eletti: vi sono delle difformità nella ripartizione delle professioni se si distingue tra eletti nella quota proporzionale ed eletti nella quota maggioritaria? Ovvero: la professione dei candidati ha avuto un peso nella scelta delle forze politiche di posizionare un candidato nel collegio uninominale (più mediaticamente visibile e più a contatto con il territorio) piuttosto che nella lista proporzionale?

Dall’istogramma qui sotto è possibile farsi una idea di quanto questo sia avvenuto in media tra le forze politiche. Le differenze tra la quota di rappresentanza delle macro categorie professionali nei due universi di eletti, quello dei collegi e quello dei listini, in effetti ci sono.

La categorie professionali di livello alto e le libere professioni sono nettamente sovrarappresentate nella quota di eletti uninominale, mentre quelle di livello reddituale medio-basso sono nettamente sovrarappresentate in quella proporzionale. Dati che lascerebbero ipotizzare una sorta di ritorno al “notabilato di collegio”: il sistema di raccolta della rappresentanza che l’Italia liberale ha vissuto nel primo mezzo secolo di storia unitaria, un periodo che ha in comune con quello attuale anche un altro dato, ovvero la debolezza delle strutture di partito.

Nel secondo grafico che proponiamo mostriamo di nuovo il dato di cui sopra, ma disaggregato per le quattro principali forze politiche, e quello che emerge è molto interessante.

La tendenza che abbiamo individuato sopra, che privilegia i ceti alti nei collegi e i ceti medio- bassi nei listini, si manifesta per il Movimento 5 Stelle in modo davvero molto maggiore rispetto agli altri gruppi.

Tra i pentastellati, la quota di rappresentanti di ceti alti è doppia negli eletti nei collegi rispetto agli eletti nei listini, e la quota di rappresentanti di ceti medio-bassi nei collegi è di venti punti percentuali inferiore a quella dei listini.

Gli altri gruppi hanno invece mostrato di utilizzare le due diverse modalità di candidatura in modo sostanzialmente non connotato da un punto di vista professionale.

In conclusione, ciò che emerge da queste analisi sono due fenomeni molto interessanti, entrambi concernenti il Movimento 5 Stelle:

– il Movimento è di gran lunga il partito che più di tutti ha dato spazio alla rappresentanza dei ceti medio-bassi;

– la gran parte di questi eletti proviene però dai listini proporzionali, mentre le posizioni di visibilità sono state date, nel Movimento più che in tutti gli altri partiti, a esponenti dei ceti alti.

a cura di FBLab

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