Tra europeismo ed interesse nazionale

Di: FBAdmin di giovedì 29 marzo 2018 15:42
Nel corso della nuova legislatura il tema del rapporto con l’Europa sarà di sicuro centrale. Abbiamo fatto il punto con gli On.li Simone Billi, neo eletto per la Lega nella circoscrizione estera “Europa”, e Alessandro Fusacchia, neo eletto per +Europa sempre nella circoscrizione estera “Europa”, nonché segretario dell’associazione politica Movimenta.

In foto Alessandro Fusacchia di +Europa (a sinistra) e Simone Billi della Lega (a destra)


In quanto rappresentante della comunità italiana in Europa, la sua è una prospettiva privilegiata dalla quale osservare le dinamiche politiche continentali. Quali, a suo avviso, sono le conseguenze di medio e lungo periodo che avranno a livello europeo le elezioni italiane? Si può dire che il processo di integrazione europea torni in discussione?

BILLI – E’ presto per poter fare delle valutazioni sulle conseguenze di medio lungo periodo delle elezioni italiane, perché il governo non si è ancora formato. Ritengo che una re-discussione dei trattati europei nell’interesse dell’Italia sia doverosa, così come previsto nel programma della Lega Salvini Premier.

FUSACCHIA – Le elezioni del 4 marzo hanno sicuramente messo l’Italia sotto osservazione. Da tanti anni non riusciamo a guidare come potremmo, ma siamo anche troppo grandi per finire completamente isolati dagli altri. Soprattutto in questa fase in cui l’Italia deve decidere da che parte stare, se con Francia e Germania, o con altri Paesi guidati da governi che hanno in testa solo politiche di isolamento nazionale e predatorie nei confronti dell’Unione Europea: “mi prendo i soldi che mi spettano, ma a casa mia faccio ciò che voglio”. Non è un caso che proprio in questi giorni Varoufakis torni a lanciare il suo movimento paneuropeo da Napoli, o che susciti interesse la possibile interlocuzione di En Marche e Movimento 5 Stelle. Tutti sanno che la partita europea, non tanto quella istituzionale ma delle famiglie politiche in campo anche in vista delle elezioni europee del maggio 2019 – che determineranno equilibri e squilibri nel processo di integrazione per gli anni a venire – passa in questo momento dalla composizione del prossimo Governo italiano e in generale dal posizionamento che i partiti italiani decideranno di avere. Noi lo abbiamo detto in campagna elettorale, e continueremo a portarlo avanti con forza adesso: non possiamo permetterci di far fare all’Europa la fine del pesce de “Il vecchio e il mare” di Hemingway, che rientra in porto con ormai poco attaccato all’amo perché tutto è stato mangiato dagli altri pesci più grandi. Molte cose sono in stallo a Bruxelles; molte altre hanno dimostrato i loro limiti e non possono continuare a funzionare come hanno fatto finora. Ma per rilanciare serve la politica, dentro e fuori le istituzioni. Sarebbe già un bel segnale se, nonostante la bocciatura delle liste transnazionali, ci fossero delle liste de facto paneuropee e se lo scontro avvenisse lungo linee che attraversano l’Europa in base non alla nazionalità ma alla visione politica.
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Assumendo la prospettiva italiana, all’esito di questa tornata elettorale il nostro Paese esce rafforzato o indebolito nell’interlocuzione politica con le istituzioni europee ed i singoli partner internazionali?

BILLI – E’ altresì presto per poter fare delle valutazioni sulle interlocuzioni politiche in Europa sempre perché il governo non si è ancora formato. La re-discussione dei trattati europei dovrebbe portare ad un rafforzamento nell’interlocuzione politica con le istituzioni europee ed i singoli partner internazionali.

Alessandro Fusacchia (+Europa)

FUSACCHIA – Esiste la credibilità dei singoli, ed esiste la credibilità complessiva di un sistema. Dopo ogni tornata elettorale le istituzioni europee e gli altri governi tornano a chiedere sempre la stessa cosa: stabilità degli interlocutori. Nessuno ha interesse a parlare con te, e ancor meno ad entrare in un negoziato vero con te, se sa che tra 8 o 12 mesi probabilmente non ci sarai più. Poi anche nella instabilità, la credibilità dei singoli può fare la differenza. Capendo ad esempio che è nel nostro interesse sporcarci le mani. Perché le conferenza stampa alla fine dei Consiglio a Bruxelles con i pugni sul tavolo a sbraitare per slogan – magari su questioni nemmeno discusse fino a un’ora prima nella riunione con gli altri governi – hanno dimostrato di servire al massimo a finire sui giornali in Italia, di certo non a costruire una nostra capacità nazionale di influenzare le decisioni brussellesi che ci riguardano. C’è un’articolazione del Paese che va organizzata, o servirà a poco lamentarsi quando non ci trattano bene. Noi abbiamo per fortuna validi dirigenti e funzionari pubblici, ma la differenza con quelli degli altri Paesi è che i nostri sono troppo spesso lasciati soli. Sono stimati dai colleghi delle amministrazioni degli altri Paesi europei e usano ragionevolezza nelle trattative, ma quando poi arrivano al dunque la difesa dell’interesse nazionale spesso non riescono a farla se non possono far sentire credibilmente che alle spalle, quando sostengono una posizione, hanno il loro Ministro e il Governo. Questo lavoro di gomito quotidiano è meno sexy e finisce meno sui giornali o i telegiornali. Ma è quello che fa la differenza su cosa realmente l’Italia ottiene a Bruxelles. Ed è responsabilità della politica e quindi di chi guida farsene carico e assicurare il ruolo di presenza e indirizzo anche – e direi soprattutto – a telecamere spente.

Quali saranno i punti programmatici del suo mandato parlamentare a tutela della comunità italiana in Europa?

Simone Billi (Lega)

BILLI – Il programma elettorale che ho sviluppato anche in collaborazione con gli elettori, prevede, in ordine di priorità:
1) La nostra prima casa in Italia non deve essere considerata seconda casa ai fini fiscali; 2) Esenzione fiscale sulle pensioni per facilitare il rientro in Italia dei pensionati che desiderano tornare al paese di origine; 3) Sanatoria fiscale sui redditi già tassati all’estero per chi si è iscritto in ritardo all’AIRE; 4) Consolato Digitale e anagrafe unica per velocizzare l’espletamento delle pratiche ed evitare lunghi e dispendiosi viaggi verso un Consolato; 5) Insegnamento dell’Italiano ai nostri figli; 6) Sostegno al programma sul “Rientro dei Cervelli” e previsione di un ulteriore incentivo fiscale per emigranti attivi in settori tecnologici di specifico interesse nazionale; 7) Sostegno alle associazioni Italiane all’estero mediante supporto logistico e amministrativo; 8) Riconoscimento reciproco delle esperienze professionali maturate in un Paese europeo e in Italia; 9) Creazione di una agenzia unica per promozione, sviluppo e protezione del Made In Italy, sia agroalimentare sia industriale, raggruppando competenze oggi distribuite tra diversi Enti e Ministeri; 10) Ripristino dei treni a lunga percorrenza per tratte specifiche di particolare interesse per gli Italiani all’estero; 11) Cancellazioni delle sanzioni alla Russia che stanno danneggiando pesantemente la nostra industria, i nostri ristoratori in loco e tutto il Made in Italy in questo Paese; 12) Abolizione della norma che obbliga i pensionati del settore pubblico a pagare le tasse in Italia. Infine, una riforma del sistema elettorale della circoscrizione estero è necessaria per garantire più chiarezza e democrazia a tutela della comunità italiana in Europa.

FUSACCHIA – In campagna elettorale ho girato – letteralmente – mezza Europa. Più di venti città in una dozzina di Paesi diversi in meno di un mese. Anche gli altri candidati della lista +Europa non si sono risparmiati e tutti insieme abbiamo avviato un grande momento di ascolto. Che è iniziato, non finito, con la campagna. Gli Italiani in Europa hanno storie – e quindi esigenze – molto diverse tra loro. Ci sono i pensionati che sono a Londra da cinquant’anni, gli studenti che stanno facendo un’esperienza di studio a Parigi, gli operai qualificati in Germania che sono partiti magari con moglie e figli soltanto pochi anni fa. Voglio concentrarmi su tutto ciò che può essere utile per facilitare mobilità – intesa come ricerca della prossima opportunità; di formazione, apprendimento, lavoro. E chiaramente su tutto ciò che può aiutare a facilitare il rapporto con lo Stato e l’amministrazione italiana. Qui però non ci sono tante scorciatoie. Abbiamo una PA ancora altamente analogica, nonostante iniziative importanti degli ultimi anni. Il mondo di oggi offre possibilità che anche solo 5 o 10 anni fa non esistevano. E in un periodo storico in cui il progresso tecnologico avviene quotidianamente, semplicemente non è più tollerabile che lo Stato rincorra. Perché ogni giorno aumenta la distanza tra il mondo dentro il palazzo e il mondo fuori dal palazzo, e questo fa aumentare sempre di più lo scollamento tra cittadini e istituzioni. Serve un balzo in avanti, che investa tutto il sistema e non si accontenti di qualche buon progetto pilota, partendo all’idea che il digitale non è uno strumento ma un ambiente e che pertanto non ha impatto solo sulle modalità di interazione – “siamo passati dal fax alla mail” – ma sull’organizzazione del lavoro e sulla capacità di rendere istantanea e comprensibile l’interazione coi cittadini. Un capitolo su cui infine dovremo mettere mano è la stessa legge elettorale per gli italiani all’estero. È inconcepibile il sistema di voto per corrispondenza, che si presta ad usi e abusi di ogni tipo. E poi, penso sia ora di avviarlo un dibattito serio sul voto all’estero pensato a partire da uno ius sanguinis di stampo ottocentesco, che fa sì che persone che vivono da generazioni dall’altra parte del pianeta, solo molto lontanamente ricollegabili all’Italia dopo sofisticati accertamenti all’anagrafe, decidano il futuro del nostro Paese.
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a cura di FBLab
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