Perché i 5 stelle non perdono consensi

Di: FBAdmin di martedì 30 gennaio 2018 17:21

Il commento del Prof. Paolo Natale, sondaggista, docente di Metodi e tecniche della ricerca sociale presso l’Università di Milano e autore, tra l’altro, di Politica a 5 Stelle.

Chi se lo sarebbe mai aspettato, nel lontano 2009, all’indomani della candidatura (un po’ provocatoria) di Beppe Grillo alle primarie del Pd, che il suo futuro “partito” diventasse egemone nel nostro paese? Non certo Piero Fassino, la cui sfida lanciata all’ex-comico genovese in quei giorni (“se vuole entrare in politica, fondi lui stesso un partito, e vediamo quanti voti prende”), si trasformò presto in un positivo vaticinio per il Movimento 5 stelle che, soltanto quattro anni dopo, divenne effettivamente la forza politica più votata in Italia.

Tutto era nato nelle piazze: migliaia di cittadini ci andavano per ascoltare e seguire Grillo, durante le mobilitazioni del 2007-2008 (i V-Day) per un Parlamento pulito o per un’editoria più libera. Il nascente movimento riusciva in quelle occasioni ad ottenere una visibilità significativa sui media, benché molti dei commenti cercassero soprattutto di ridicolizzare, sottolineandone il carattere effimero, l’iniziativa politica del comico.

Dal punto di vista elettorale, in quegli anni, c’era invece poco o nulla. Venivano inizialmente proposte, in alcuni comuni, delle “liste civiche certificate”, con l’obiettivo di valorizzare la partecipazione diretta dei cittadini nella scelta sia dei candidati che degli obiettivi da proporre alle amministrazioni locali. Grillo si impegnava personalmente per promuovere, coordinare e controllare (“certificare”, appunto) le iniziative del movimento nelle consultazioni amministrative. Poco altro.

I limiti delle esperienze delle liste locali del movimento fanno presto emergere la necessità di costruire un riferimento politico comune a livello nazionale. Nell’ottobre 2009, al Teatro Smeraldo di Milano, viene fondato il MoVimento 5 Stelle. Beppe Grillo propone un programma con più di centoventi punti e un “non statuto” che stabilisce le regole di adesione e alcuni principi organizzativi. Il nuovo soggetto politico si presenta con un profilo diverso rispetto ai partiti tradizionali per le idee, le forme organizzative e il tipo di rapporti stabiliti con i cittadini.

E’ il 2012 l’anno della svolta. I risultati elettorali e le intenzioni di voto cominciano a sorridere al MoVimento: le adesioni crescono, e la sostanziale compattezza che caratterizzava i votanti per il M5s agli esordi del loro percorso politico tende a scemare. Precedentemente, nel movimento, si distinguevano due tipi principali, accanto ovviamente ad altre componenti minori: i delusi dalla sinistra, che avevano trovato qui un nuovo interesse per la partecipazione politica, e i neofiti, che avevano invece trovato qui l’occasione per iniziare a partecipare in prima persona alla vita politica del paese (Figura 1).

Le anime che popolano il movimento nel 2013, in occasione dell’impensabile successo elettorale (il 25% dei consensi) e negli anni successivi, sono ovviamente alquanto più variegate, ed è proprio questa elevata varietà dell’elettorato pentastellato la principale ragione del suo duraturo consenso.

Quando c’era la Democrazia Cristiana, o il Partito Comunista, eravamo abituati ad osservare una certa impermeabilità della fiducia in questi partiti agli accadimenti quotidiani. Uno scandalo politico, nazionale o internazionale, influiva in misura piuttosto limitata sull’orientamento di voto dei loro elettori. La fedeltà ad una certa visione del mondo, ad un certo desiderio di società, da una parte e dall’altra, era più importante dei casi personali o delle malefatte di questo o quel personaggio politico.

Oggi i partiti subiscono molto più facilmente i contraccolpi di scelte o comportamenti errati. Il Pd di Veltroni valeva il 33%, quello di Bersani il 25%, quello di Renzi inizialmente il 40%, poi ridottosi al 30% soltanto qualche mese dopo, per precipitare all’odierno 22-23%. Forza Italia passa in poco tempo dal 30% al 20%, per arrivare oggi poco sopra il 16%.

Sembra che l’unica attuale forza politica che, in qualche modo, resti sostanzialmente immune dalle polemiche o dalle eventuali scelte poco lucide dei suoi rappresentanti (locali o centrali) sia oggi il MoVimento 5 stelle. Negli ultimi due anni, nel bene o nel male, i pentastellati si sono aggiudicati la palma del movimento più ondivago della storia: le opinioni nei confronti di molti dei più rilevanti accadimenti socio-politici sono cambiate a volte nel giro di qualche mese, se non di qualche giorno. Il che è magari plausibile, data la natura del movimento stesso, senza un “vero” programma, basandosi in linea di principio sulla costante interrogazione dei propri iscritti. Ma semina a volte ovvie perplessità nei commentatori e dovrebbe (o potrebbe) crearne anche nei suoi elettori.

Invece, al contrario delle aspettative, i consensi sono rimasti sostanzialmente immutati, in questo periodo di tempo. Come mai? Proprio a causa della specificità del suo elettorato. Molti si sono interrogati su come sia fatto. Alcuni pensano al popolo “pentastellato” come ad una riedizione dei primi adepti del movimento fascista, altri come fuoriusciti dai centri sociali, altri ancora come semplici qualunquisti, altri infine come acuti interpreti di una società in rapido cambiamento. Chi ha ragione? Tutti e nessuno, o meglio, un po’ tutti sono in realtà nel giusto, dal momento che le anime del movimento paiono essere molto variegate. Nel libro “Politica a 5 stelle” (Feltrinelli, 2013) scritto con Roberto Biorcio, ne avevo individuate quattro, divenute poi cinque dopo la sconfitta di Matteo Renzi alle primarie Pd, contro Bersani.

I seguaci (il nucleo più antico), i gauchisti (provenienti da esperienze di sinistra), i razionali (che pensano al M5s come la sola forza per scardinare il sistema), i “menopeggio” (i più qualunquisti, che odiano la casta) e infine i renziani (elettori Pd che vedevano allora nel sindaco di Firenze un leader capace di cambiare la politica del nostro paese, passati nel 2013 ai 5 stelle). Cinque anime il cui peso interno varia da momento a momento: oggi i “menopeggio” sono più forti, mentre un po’ in crisi sono i guachisti, e praticamente scomparsi i renziani. I razionali andavano bene nel 2013 e nelle amministrative di Roma e Torino. E così via. A seconda di ciò che accade, del momento politico e sociale, e delle parole d’ordine lanciate da Grillo o da Di Maio o da qualche altro esponente pentastellato, qualche anima si riattiva e qualcuna si allontana (Figura 2).

Il bacino potenziale di riferimento dei 5 stelle è oggi in Italia intorno al 35% dell’elettorato complessivo, e da quel potenziale viene “pescato” il livello di consenso contingente che, appunto, muta nella composizione interna ma non nella sua quantità. Quando la giunta romana non funziona, i razionali rimangono in stand-by, ma si riattivano i seguaci. Quando si denigrano gli immigrati, tornano in massa i “menopeggio” ma si allontano i gauchisti, che si riaffacciano parlando di reddito di cittadinanza. Un sistema di pesi e contrappesi, si direbbe oggi, che alla fine lascia inalterato il dato complessivo dell’orientamento di voto, poco sotto il 30% dei voti validi.

Il vero problema da risolvere, per i 5 stelle, arriverà se e quando andranno al governo nazionale. I loro proclami possono andare bene, a turno, per le diverse componenti, ma le loro politiche non potranno accontentare contemporaneamente tutte le anime. E quello sarà il loro vero banco di prova.

a cura di Paolo Natale

 

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