Il Welfare a 5 Stelle

Di: FbLab FB&Associati di martedì 30 ottobre 2018 16:00

L’analisi a cura di Francesco Seghezzi, Direttore di Fondazione ADAPT (Associazione per gli studi internazionali e comparati sul diritto del lavoro e sulle relazioni industriali)

Il tema del reddito di cittadinanza è a ragione al centro del dibattito pubblico. Sia la concentrazione di risorse (10 miliardi) che l’essere il cavallo di battaglia del principale azionista di governo ne fanno oggetto di curiosa osservazione. Ma più di tutto quello che rende interessante il tema è che può essere un ottima cartina tornasole della visione socio-economica che guida questo governo e il rapporto con i suoi elettori. E per comprenderlo è importante innanzitutto distinguere i fatti dalle intenzioni.

Si è infatti banalizzato troppo nei mesi passati in merito alle intenzioni del reddito di cittadinanza, con il rischio di condurre ad effetti controproducenti per chi ha cuore la sostenibilità dei conti pubblici italiani e, allo stesso, tempo il benessere dei cittadini. Basta infatti leggere il ddl Catalfo (la proposta originaria di reddito di cittadinanza avanzata in tempi non sospetti dal Movimento 5 stelle) per comprendere che di tutto si tratta tranne che di un reddito universale ed incondizionato. Al contrario il merito sembra ricondurlo, esclusi i requisiti di accesso e l’importo, ai principi del Reddito di Inclusione già approvato nella scorsa legislatura.

Un reddito quindi condizionato alla ricerca attiva del lavoro e alla riqualificazione professionale, non un sussidio assistenziale. Fin qui le intenzioni però. I fatti, conditi da dubbie e incerte dichiarazioni susseguitesi nelle ultime settimane, rischiano di condurre ad una eterogenesi dei fini non da poco.

Infatti sappiamo bene come l’assetto del mercato del lavoro italiano e soprattutto il sistema pubblico dei servizi per il lavoro (i famosi Centri per l’impiego) oggi sia caratterizzato da numerose inefficienze che rischiano di vanificare, consapevolmente o no, l’intento originario del provvedimento. Difficile infatti pensare che i Centri per l’impiego italiani siano in grado di gestire la domanda di oltre 6 milioni di persone che richiederanno il reddito di cittadinanza, offrendo loro ben 3 proposte di lavoro. Difficile sia dal punto di vista organizzativo e di competenze disponibili, sia di infrastrutture tecnologiche adeguate, sia di disponibilità effettiva di posti di lavoro da assegnare. Si parte infatti dal principio, se non si volesse davvero realizzare un provvedimento puramente assistenziale, che nel nostro Paese esistano almeno 6 milioni di posti di lavoro vacanti, quando tutti i dati ci dicono che i numeri sono molto inferiori. Per non parlare poi delle risorse stanziate che, pur essendo una cifra sicuramente superiore rispetto a quanto stanziato per combattere la povertà negli anni scorsi, non consente di avvicinarsi ai 9360 euro annui che il reddito di cittadinanza dovrebbe garantire.

Le contraddizioni non mancano quindi. Ma quello che manca è soprattutto una strategia per la ripartenza dell’economia, e quindi del lavoro in Italia. Lavoro che oggi, come la maggior parte degli studi internazionali mostra, può essere rivitalizzato solo da profonde riorganizzazioni dei tessuti produttivi e dei territori, a partire da investimenti in innovazione tecnologica e in formazione di qualità. Ad oggi questa strategia, che è sicuramente più difficile da sviluppare rispetto ad una semplice redistribuzione di reddito, sembra mancare.

a cura di Francesco Seghezzi

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